Il montante contributivo accumulato dai lavoratori ai fini previdenziali al termine del 2025 sarà rivalutato del 6,3359 per cento. È questo il tasso annuo di capitalizzazione 2026 ufficializzato dal ministero del Lavoro da applicare alle pensioni liquidate a partire dal 2027.
Si ricorda che il metodo di calcolo contributivo delle prestazioni pensionistiche prevede che i contributi versati dai lavoratori, e dai datori di lavoro in loro favore, vengano accantonati nel corso del tempo in una sorta di deposito contabile il quale, alla fine di ogni anno, viene rivalutato di una percentuale pari al tasso medio annuo composto di variazione del prodotto interno lordo nominale nei cinque anni precedenti.
PENSIONI, LA RIVALUTAZIONE DEL MONTANTE CONTRIBUTIVO
Quello comunicato dal Ministero sulla base di una nota Istat è stato elaborato sulla base del periodo 2021-2025. Quando si accede al pensionamento con una pensione interamente contributiva o con una mista che prevede una componente contributiva (sempre più rilevante via via che ci si allontana dal 1995, anno di introduzione di questo sistema di calcolo), l’importo dell’assegno viene determinato prendendo il montante accantonato e rivalutato fino al penultimo anno, si aggiungono i contributi versati nell’ultimo anno e tale importo viene poi moltiplicato per il coefficiente di conversione corrispondente all’età di chi va in pensione.
AUMENTA PER IL 2026 IL TASSO DI CAPITALIZZAZIONE
Il tasso di capitalizzazione del 2026 è il più elevato degli ultimi anni e si inserisce in un trend, ancora breve, di crescita iniziato nel 2022 (0,9973%) dopo che l’anno precedente era addirittura risultato negativo e neutralizzato per legge salvo poi essere compensato in occasione dell’aumento seguente. Tuttavia, poiché il tasso è collegato alla variazione del prodotto interno lordo, in periodi di scarsa crescita economica, la rivalutazione del montante rischia di essere minima. E così è stato soprattutto dal 2011 in poi.
Tali situazioni si ripercuotono sul valore futuro delle pensioni contributive (o sulla parte contributiva di quelle miste), in quanto il montante finale da convertire in rendita sarà inferiore. Anche delle previsioni standard, utilizzate di norma, che si basano su una crescita reale del Pil pari all’1,5% annuo. In questo contesto la crescita economica effettiva degli ultimi trent’anni rispetto a quella ipotizzata ha determinato importi più bassi di circa il 20 per cento.